
Hanno ragione tutti coloro che, in questi giorni di frenetico dibattito, ritengono l’intelligenza artificiale pericolosa per l’umanità? Trump, invece, sostiene che sia una bufala e che lui la difenderà fino in fondo. Soprattutto contro il pericolo della Cina che ha già fatto sapere di voler andare avanti in ogni caso.
Intanto l’IA diventa un caso linguistico. ”IA” e non ”AI”. E’ questa l’indicazione che arriva dall’Accademia della Crusca, contestando la diffusione sempre più ampia in italiano della sigla inglese per indicare l’Intelligenza Artificiale, alimentando confusione tra i lettori e i parlanti.
Secondo il professore Claudio Marazzini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, adottare ”AI” in italiano significa adeguarsi in modo ”conformistico” alle abitudini linguistiche angloamericane, anche quando esiste una forma italiana perfettamente naturale e funzionale.
Il punto, per Marazzini, non è una semplice questione di sigle. È una questione di lingua. ”IA” rispetta infatti l’ordine naturale delle parole in italiano, Intelligenza Artificiale, mentre ”AI” riproduce quello inglese, Artificial Intelligence.
Una differenza apparentemente minima che, secondo il linguista, rivela invece quanto profondamente
l’inglese stia influenzando le abitudini linguistiche italiane. In una dichiarazione, il professore emerito di
storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale sottolinea che l’ordine delle parole è un elemento strutturale della lingua. L’adozione indiscriminata della forma straniera, sostiene Marazzini, rischia così di introdurre una sorta di ”doppia grammatica” implicita.
Anche la pronuncia contribuisce, a suo giudizio, ad alimentare l’incertezza. ”AI” può infatti essere letta all’italiana come una sequenza di lettere oppure pronunciata secondo l’inglese, con una conseguente oscillazione che ”non fa che aumentare la confusione”. Da qui la proposta: usare sistematicamente ”IA”, cioè le iniziali delle parole italiane.





