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Carlo Sorrentino, un anno di Trump: “Un imperatore che ha preso il mondo in contropiede. Nuovo paradigma politico o parentesi destinata a finire?”

Carlo Sorrentino, un anno di Trump: “Un imperatore che ha preso il mondo in contropiede. Nuovo paradigma politico o parentesi destinata a finire?”

“Se vent’anni fa ci avessero raccontato in un film la metà delle cose che ha fatto Trump, avremmo detto: ‘che fesserie, la solita americanata’”.

Così Carlo Sorrentino, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze, introduce la sua analisi a un anno dal secondo mandato di Donald Trump. Un presidente che, spiega, “ha preso il mondo in contropiede, trasformando il populismo in un linguaggio capace di accendere le coscienze dei più nostalgici”. Il ritratto che emerge dalle parole del prof. Sorrentino è quello di un leader anomalo, un “imperatore bizzarro” che ha riscritto le regole della politica mondiale. Un uomo capace di catalizzare paure e nostalgie, ma anche di spostare continuamente il baricentro del potere. Il vero interrogativo, secondo Sorrentino, resta aperto: il trumpismo finirà con Trump o sopravvivrà a lui, trasformandosi in un nuovo paradigma politico?

Un anno dal secondo mandato di Trump: qual è il bilancio degli effetti domestici e internazionali della sua presidenza?

“Trump è molto meno presidenziale e molto più imperiale. Questo è stato favorito da una situazione politica interna segnata dalla destrutturazione dei due partiti tradizionali, democratico e repubblicano. In questo vuoto Trump si prende la scena, e in fondo è ‘Trump per Trump’: ci dimentichiamo persino che sia repubblicano.

Ha ridefinito le relazioni internazionali con mosse spesso spiazzanti e con una curiosa fascinazione per gli autocrati. Si è parlato molto della sua vicinanza a Putin, ma credo che sia più una fascinazione verso chi può agire con la libertà che lui vorrebbe avere. È emerso chiaramente anche nell’incontro con il leader cinese: quando Trump dice che l’incontro è andato “12 su 10” e l’altro non muove un muscolo, capisci chi è il vero dominus.

Tutto questo genera una grande destabilizzazione: Trump agisce con logiche che sfuggono alla politica tradizionale, che noi, cittadini, giornalisti, analisti, fatichiamo a decifrare. Riesce sempre a spostare il fuoco dell’attenzione, ma resta pur sempre il Presidente degli Stati Uniti, e quindi va preso sul serio, per tutto ciò che fa”.

La Corte Suprema sui dazi e le elezioni di New York: due imprevisti che hanno messo in discussione la sua solidità?

“Su una cosa gli economisti concordano: i dazi sono un’assurdità. Eppure Trump va avanti, imperterrito. È un imperatore bizzoso e bizzarro che guida la più grande democrazia del mondo. Dice di voler riportare la produzione in America, ma quel tessuto produttivo non esiste più: né la manodopera, né le condizioni economiche lo permettono. Sarà interessante vedere come si rapporterà al nuovo sindaco di New York. Non potrà certo mandare la Guardia Nazionale solo perché non gli piace il risultato elettorale, sarebbe la fine della democrazia.

La sua forza politica è agire fuori da ogni schema, imponendo la sua volontà e prendendo il mondo in contropiede. Così si è approcciato anche a Netanyahu. Bisognerà vedere fino a quando funziona questo e quanti danni farà nel frattempo”.

Dopo questo picco “imperiale”, cosa accadrà agli Stati Uniti? Il trumpismo sopravviverà a Trump?

“Lui potrebbe anche pensare a un terzo mandato, a mio avviso improbabile, ma ormai nulla sorprende più. La mia paura più grande è l’istituzionalizzazione del trumpismo, magari incarnato dal vicepresidente Vance: più lucido e calcolatore, meno folle di Trump, ma capace di trasformare quel populismo impulsivo in un sistema stabile, quasi oligarchico”.

Si può davvero parlare di una “nuova età dell’oro” per gli Stati Uniti, come l’ha definita Trump?

“In pubblicità si direbbe ‘eccesso di promesse’. Trump rischia che le sue promesse gli si rivoltino contro. Il trumpismo si regge sull’idea di ridare dignità ai forgotten men, gli ‘uomini dimenticati’, non solo poveri o ignoranti, ma anche quella classe media disillusa che sogna di tornare al passato.

Il suo slogan Make America Great Again è proprio un invito al passato. Ma il passato non torna mai nelle stesse forme. Quando quel sogno comincerà a incrinarsi, che cosa accadrà? Forse Trump sarà già altrove, a giocare a golf, dicendo che il mondo non è andato nella sua direzione.

Il populismo vive su due gambe: il ritorno al passato e la promessa di sicurezza. “Torniamo com’eravamo” e “cacciamo gli immigrati”, visti come fonte di disordine e insicurezza. Nel breve periodo può funzionare, ma nel medio-lungo termine la realtà economica e demografica dirà altro: i Paesi sviluppati hanno ancora bisogno di manodopera, e la pressione migratoria non diminuirà”.

Sulla tregua in Medio Oriente: qual è la sua opinione?

“Il conflitto israelo-palestinese non si può certo intestare a Trump: è una ferita storica e pluridecennale. Tuttavia, i suoi modi spicci sono risultati a tratti più efficaci di quelli di Biden.

Va riconosciuto che le sue mosse hanno inciso, forse anche perché molti Paesi arabi non sopportano più Hamas. Trump si è mosso come sempre: per interesse, ma con una certa efficacia. Parlare di pace è eccessivo, ma almeno ha agito dove altri si sono limitati a osservare. È un risultato parziale, ma non trascurabile”.

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