Intervista a Gaia Tomaselli Nesi, del consiglio direttivo
Esattamente un mese fa il centro antiviolenza Artemisia di Firenze è stato espulso dall’assemblea nazionale di D.I.Re – Donne in Rete contro la Violenza. La motivazione: la scelta dell’associazione fiorentina di ammettere anche uomini come soci, in contrasto con lo statuto di D.I.Re, che prevede realtà esclusivamente femminili.
Oggi, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ripercorriamo questa vicenda – divenuta un caso nazionale – insieme a Gaia Tomaselli Nesi, responsabile amministrativa, membro del direttivo e da tredici anni dentro Artemisia.
«Cosa è accaduto il 25 ottobre?»
«La dinamica è semplice: sapevamo che la nostra posizione avrebbe potuto portarci all’espulsione, perché lo statuto di D.I.Re stabilisce che le associazioni aderenti debbano essere esclusivamente femminili. Tuttavia – spiega Tomaselli Nesi – la normativa nazionale che regola l’accesso ai fondi pubblici si riferisce solo al personale a contatto diretto con l’utenza: psicologhe, assistenti sociali, educatrici. Ciò non impedisce che un’associazione abbia soci uomini, purché non operino con le donne che si rivolgono al centro».
Artemisia, socia fondatrice di D.I.Re, ha scelto di aprire la propria base sociale anche agli uomini dopo una lunga discussione interna: «Collaboriamo da anni con figure maschili molto formate, come un ex commissario di polizia specializzato in violenza di genere, o dipendenti di aziende con cui portiamo avanti campagne di sensibilizzazione. Alcuni di loro ci hanno chiesto di entrare formalmente come soci. Abbiamo pensato che potesse essere un modo per aprire un confronto più ampio, dentro e fuori il movimento. Non pretendiamo di avere ragione per forza: volevamo solo avviare un dialogo».
Un dialogo che, però, secondo Artemisia non c’è stato: «All’assemblea non si è aperto alcuno spazio di confronto. È stata applicata rigidamente la norma statutaria e basta».
«Che ruolo hanno gli uomini nella vostra associazione?»
«Sono persone che collaborano da tempo nelle attività di sensibilizzazione, nelle aziende, nei progetti formativi, o che ci aiutano dietro le quinte nell’organizzazione di eventi come “La corsa per Michela”, nata in memoria di Michela Noli, vittima di femminicidio per mano dell’ex marito», spiega Tomaselli Nesi.
«Non hanno contatti con le donne che si rivolgono al centro, nel pieno rispetto delle norme, ma offrono competenze, idee e supporto. Se vogliamo davvero cambiare la cultura che alimenta la violenza, il coinvolgimento degli uomini è fondamentale».
«Cosa comporta l’espulsione da D.I.Re?»
«In termini pratici, nulla. D.I.Re è una rete rappresentativa, non un organismo necessario per il riconoscimento dei centri antiviolenza. Continuiamo a lavorare come sempre.»
Il punto, sottolinea Tomaselli Nesi, riguarda semmai il peso politico: «Una rete di 80 centri ha un impatto diverso rispetto al singolo. Ma questo non mette in discussione il nostro operato quotidiano».
Paradossalmente, l’espulsione ha amplificato la voce di Artemisia: «Molte aziende, associazioni e realtà produttive ci hanno contattato per avviare percorsi formativi. La società civile si è dimostrata molto attenta. Per noi è un segnale positivo: più persone si sensibilizzano al tema, più si smontano stereotipi radicati».
«Artemisia è attiva da oltre trent’anni. Com’è nata e come lavora oggi?»
«Artemisia nasce 34 anni fa da un gruppo di donne lungimiranti. Da allora il nostro centro è cresciuto e oggi seguiamo tutte le donne residenti nella provincia di Firenze, dal Mugello a Pontassieve».
Negli ultimi anni le richieste di aiuto sono aumentate: +11% nel 2023, +9% nel 2024. «Non leggiamo questi dati solo come un incremento della violenza, ma come un aumento della consapevolezza. Più donne trovano il coraggio di chiedere aiuto».
Nel 2023 il centro ha preso in carico quasi 1.300 donne, mentre le richieste di informazione sono state dieci volte superiori. Il percorso parte da una prima intervista telefonica, segue con colloqui specialistici e prosegue con sostegno psicologico, legale e lavorativo.
«Accompagniamo le donne anche nel reinserimento professionale: bilancio di competenze, curriculum, orientamento. E diamo particolare attenzione ai figli, spesso vittime dirette della violenza domestica: ricordo un bambino che fingeva di star male per non andare a scuola, convinto che solo così il padre non avrebbe picchiato la madre».
Artemisia gestisce inoltre due case rifugio a indirizzo segreto, una casa di seconda accoglienza e, presto, quattro case di autonomia, grazie al sostegno della Fondazione CR Firenze: «Servono per accompagnare le donne verso una vita indipendente, soprattutto quando non ricevono alimenti o non possono permettersi una casa».





