Riaprire nella moda il dialogo con l’artigianato, riportare alla luce la storia di un tessuto nato per proteggere dalle intemperie e arrivato fino a Hollywood: è da questa idea che prende avvio la riflessione di Massimiliano Giornetti sul panno Casentino, un materiale che ha attraversato secoli, culture e immaginari, diventando un simbolo del Made in Italy.
Qual è la storia del panno Casentino?
«Il panno Casentino – spiega Giornetti – affonda le sue origini nel Medioevo, anche se tracce di lavorazioni simili sono attribuite agli Etruschi e ai Romani. Come molti distretti tessili, anche il Casentino ha potuto svilupparsi grazie all’acqua: le qualità delle sorgenti locali, povere di calcare e ricche di elementi minerali, hanno sempre favorito i processi di finissaggio. Non è un caso che i grandi distretti europei – da Como a Biella, fino a Prato – condividano questa caratteristica.»
Il vero tratto distintivo del panno Casentino è dato dal doppio trattamento che lo caratterizza: prima l’infeltrimento, poi la garzatura, procedimento che crea il celebre “ricciolo” superficiale.
«Per anni – racconta – questo effetto non è stato compreso ovunque. In Cina, quando iniziai a utilizzarlo per cappotti in colori come cammello o blu, lo scambiavano per un difetto. In realtà è la firma autentica di questo tessuto.»
Il panno Casentino nasce come tessuto povero e funzionale, utilizzato per realizzare i pesanti sai dei frati e dei contadini: la struttura infeltrita garantiva isolamento termico e resistenza.
«Eppure – prosegue – da questo uso umile il panno si è trasformato in un elemento distintivo dell’aristocrazia. Lo hanno indossato D’Annunzio, Verdi, Puccini. E poi Audrey Hepburn, avvolta nel celebre manteau arancione di Hubert de Givenchy in Colazione da Tiffany.»
Giornetti insiste su un punto: il vero lusso non è il materiale prezioso, ma il tempo e la lavorazione.
«Il Casentino è l’esempio perfetto: una lana ordinaria, lavorata con processi che richiedono tempo e manualità, capace di diventare un’icona di stile. È l’essenza stessa del Made in Italy.»
Oggi assistiamo alla soppressione dei suoi iconici colori. Perché?
Secondo Giornetti, la risposta sta nella globalizzazione del gusto:
«Viviamo nell’epoca del quiet luxury, del lusso “gentile”, discreto, neutro. La moda oggi premia invisibilità, beige, colorazioni naturali, uniformità. Questo ha penalizzato materiali che invece nascono per esprimere personalità. L’arancio e il verde del Casentino – colori fortissimi, identitari – entrano in contrasto con un mercato omologato.»
Il risultato è che molte persone non si sentono più libere di esprimersi attraverso ciò che indossano:
«L’abito è linguaggio, è autorappresentazione. Eppure la moda sta perdendo questo ruolo culturale. È paradossale che proprio il Casentino, nato come oggetto popolare, oggi sia percepito come troppo “forte” in un mondo che ha paura della distinzione.»
La produzione del panno Casentino: può competere con la produzione industriale di massa?
«Il Made in Italy – osserva Giornetti – non è mai stato pensato per la produzione di massa. È un sistema composto da aziende familiari, artigiane, profondamente legate alla qualità e alla creazione di prodotti esclusivi. Questo ha salvato l’Italia durante l’ondata del made out, quando gran parte della moda ha spostato le produzioni in Asia.»
Ed è proprio questa natura artigianale a rendere fragile il panno Casentino:
«Oggi assistiamo all’ingresso di grandi fondi e gruppi finanziari nel settore tessile. Questi attori puntano a produzioni su larga scala, a migliaia di metri. Il Casentino, invece, non può essere trattato come un materiale industriale: nasce in una piccola valle, richiede processi lenti, complessi, e proviene da un unico lanificio a Stia. È un patrimonio culturale, prima ancora che economico.»
Progetti come quello di Alessandro Michele per Gucci hanno contribuito alla sua sopravvivenza, ma la nicchia resta minuscola:
«Il rischio è che la logica del mercato schiacci ciò che non può garantire grandi volumi. Eppure è proprio questa sua unicità che dovrebbe essere protetta.»
Pur avendo una storia straordinaria, il panno Casentino rischia di diventare solo passato. Come farlo brillare di nuovo?
«Bisogna prima di tutto riconoscerne il valore culturale,» afferma Giornetti.
Il panno Casentino potrebbe essere tutelato attraverso un marchio di origine, come avviene nel settore alimentare, o attraverso politiche di salvaguardia dell’artigianato.
La moda, secondo lui, deve tornare a essere linguaggio e non mera industria:
«Oggi si parla di designer, non più di stilisti. Ma lo stilista creava stile, influenzava la società. Il Casentino ha bisogno di questo: stilisti capaci di reinterpretarlo, di riportarne alla luce il potenziale espressivo.»
Giornetti stesso lo ha più volte utilizzato nelle sue collezioni, anche nei periodi in cui Ferragamo esplorava una palette più sobria:
«La sua forza è proprio la sua identità. Un materiale che resiste da oltre 700 anni merita di essere preservato non solo come testimonianza del passato, ma come simbolo del futuro del Made in Italy: un futuro che deve continuare a poggiare sul valore del tempo, della manualità, della cultura.»





